N. 2 - Febbraio 2002 | |
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Letto da... | |
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... un'insegnante elementare
Ricordo, nel maggio scorso, al Don Milani di Rovereto l’incontro con Marco Rossi Doria, maestro di strada, che, nel suo dialogo con i giovani presenti, suggeriva la buona pratica di prendere un taccuino e scrivere … parlando in prima persona e per se stessi…, per serbare i pensieri semplici, i pensieri piani, dettati dal dispiacere o dalla sorpresa … per prendersi cura di sé e quindi degli altri. Le libere associazioni sono il respiro del pensiero…., dice Franco Lorenzoni all’inizio del suo libro: ecco che l’immagine di un “taccuino-compagno di viaggio” mi sembra molto efficace ed appropriata per presentare L’ospite bambino, un libro-laboratorio, raccolta di storie autobiografiche, di esperienze, di riflessioni pedagogiche, che conduce il lettore, con semplicità e passione, ad esplorare un’affascinante metafora: l’educazione come viaggio tra le culture. Mi colpisce immediatamente il titolo, primo indizio di un sogno che Franco ci invita a compiere insieme, … il sogno di un possibile sviluppo umano che non riguarda solo chi è oppresso dalla violenza e dalla fame, nel sud del mondo, ma anche tutti coloro che, come noi, sono incapaci di entrare in relazione con le diversità, senza ridurle al nostro modo di vedere e di pensare …, un sogno che va dritto dritto alla sostanza dell’educare nel nostro tempo: a scuola, è possibile educarci al senso di umanità con sensibilità profonda e duratura? Franco Lorenzoni non ci propone soluzioni o scorciatoie ideologiche, ma la testimonianza di valori, vissuti attraverso la “presenza” autentica dell’adulto nell’atto educativo, la coerenza del metodo e degli itinerari di ricerca. Innanzitutto l’ospitalità, come valore e modo concreto di agire che permette lo scambio tra pari: ospite è infatti una parola profonda e intrigante… è colui che giunge straniero in un luogo e colui che lo accoglie; e non c’è reciprocità che non passi attraverso il tempo lungo dell’ascolto, della sosta, della sospensione, dell’immaginazione. Un tempo che la scuola di oggi, sempre più “parametrata” a criteri aziendalistici, ha non solo il diritto ma soprattutto il dovere di recuperare e rivendicare, per proteggersi dalla velocità, dalla superficialità, dall’apparenza; per garantire a bambini e ragazzi un “territorio aperto” dove l’incontro con l’altro, possa essere vissuto,tra passione e fatica, come momento di crescita, fonte inesauribile di saperi, conoscenze, emozioni, speranza. Il ritmo della narrazione si snoda, in una scansione circolare di tempi e di spazi vicini e lontani, in “luoghi”(così l’autore chiama i capitoli del libro) che evocano immediatamente la possibilità di abitare, di tessere relazioni significative. La scuola elementare di Giove, il laboratorio di libera ricerca educativa di Cenci, gli altopiani Maya del Guatemala diventano “luoghi” di apprendistato, di formazione (…ritengo che non ci sia nessuna possibilità di trasformazione della scuola che non parta dalla capacità degli insegnanti di rimettere in discussione se stessi…), dove l’esercizio del diritto alla cittadinanza, si concretizza nella dimensione dell’accoglienza, della solidarietà, del rispetto, dell’impegno. Alla leggerezza che accompagna l’incontro con maestri straordinari (tra i tanti, Jerzy Grotowski, regista polacco, anima del Teatro delle sorgenti, Rigoberta Menchù, simbolo della lotta e della resistenza del suo popolo) fa da contrappunto il richiamo, sulla soglia d’uscita, alla responsabilità di chi educa, non in senso moralistico, ma come scelta consapevole di “credere e vivere una scuola” che si nutre del desiderio di incontrare l’altro e di imparare insieme, partendo dalla semplice intensità di uno sguardo… quello dell’ospite bambino. Loretta Barberi Docente elementare utilizzata presso il Centro “Millevoci”
Letto da… …una laureanda in Sociologia
Ho fatto un viaggio di scoperte ed emozioni, di ricordi e ideali, un viaggio dentro di me e attraverso un libro. Un maestro speciale mi ha presa per mano e mi ha guidata attraverso tre luoghi, sempre più lontani. Il primo è quello della piccola scuola elementare di un piccolo paese umbro, Giove, dove i bambini e le bambine imparano osservando se stessi, la natura, il mondo che li circonda e ricostruendo le relazioni tra questi elementi. Imparano divenendo consapevoli della propria identità e del proprio passato; ragionando insieme e discutendo per libere associazioni e per “labirinti” di idee; confrontandosi con la realtà delle popolazioni Maya del Guatemala raccontate da Rigoberta Menchù e vissute da loro improvvisando rappresentazioni di cui sono i protagonisti; creando e costruendo per riacquistare coscienza della propria manualità… Poi il maestro mi ha portata alla ‘Casa-laboratorio di Cenci’ abitata da personaggi vicini a quelli della fantasia che sperimentano “esperienze educative a contatto con la natura, i cicli del cosmo e l’organicità del corpo”. Una casa dove persone convinte del valore intrinseco dell’educazione si incontrano per confrontarsi, migliorare, scoprire, mettendosi in gioco e rompendo gli schemi dell’educazione formale. Il terzo luogo è il Guatemala degli altopiani, dove abbiamo conosciuto maestri e bambini Maya. Dove il confronto con la diversità diviene esplicito ed immediato, dove il maestro si chiede quale sia il valore dell’educazione formale, e se questa abbia la capacità di non distruggere la diversità delle culture radicate sul territorio, ma di preservarla e di valorizzarla. Ciò che unisce i luoghi di questo viaggio è il tentativo di avvicinarsi “a un senso dell’educare più pieno e al tempo stesso più discreto, più attento all’ascolto della natura e della diversità di ciascuno”, è la ricerca di una risposta alla domanda “è possibile educare l’infanzia al senso di umanità?”. I bambini sono capaci di uno sguardo libero di fronte a ciò che è ‘altro’ solo quando “vivono in un contesto capace di dar loro la fiducia e la parola, capace di ascoltare il loro ragionare, capace di rispettare tempi e modi di un pensare e un operare assai diverso” da quello degli adulti. La scuola invece “raramente trova la capacità di proporre sfide per conoscere se stessi”, “accetta assai poco le attese, le incertezze e le inquietudini”, “insegna a memorizzare, talvolta a ragionare, ma quasi mai lavora sulla percezione”. Si configura “come spazio di drastica separazione delle energie, come luogo dell’oblio del corpo, dove la mente fatica in solitudine” e dove si è persa “l’esperienza dello sguardo ricettivo, dell’attesa, della disciplina che comporta il mettersi alla prova per sperimentare le proprie possibilità”. Trasformare questa scuola è possibile nel momento in cui gli insegnanti per primi mettono in discussione il proprio ruolo, ponendosi domande e cercando risposte, sperimentando modalità differenti di educare. Concentrando l’attenzione sull’intensità dell’esperienza vissuta, sul ‘punctum’ piuttosto che sullo ‘studium’. Rivalutando il valore della percezione nella conoscenza. Ritornando alla natura intesa come quel “qualcosa di comune e di originario nel mondo prima che la torre di Babele crollasse”. Aprendo tutti i possibili canali di comunicazione e rendendoli effettivamente reciproci, riconoscendo quindi lo spazio dell’oralità e del racconto libero, così come quello del teatro come “luogo dello sguardo” e dell’alterità… Così fa scuola l’autore di questo diario di viaggio, il maestro speciale che educa al senso di umanità, e che mi sarebbe piaciuto incontrare in classe. Federica Graffer Laureanda in Sociologia, segue problemi dell’integrazione multiculturale
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